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Dino Macchi: la mia vita in un caffè

Dino Macchi: la mia vita in un caffè

La storia professionale e umana di un imprenditore, coinventore del sistema FAP, che ha lanciato il Vending in Italia. “L’OCS ha avuto l’effetto boomerang sui gestori”

L’uomo che cambiò la storia del caffè. Non solo imprenditore, non solo manager ma inventore e precursore. Un visionario. È affascinante conversare con Dino Macchi. Lo chiamano il “papà” del porzionato. Ed è vero. Prima di lui non si era mai parlato di FAP e capsule. Oggi che questo modo di bere il caffè ha conquistato il mondo è giusto rendere onore a chi ne è stato la mente e il braccio. UNOPER: in un nome la storia del Vending. Ma anche Mokapak, Lavazza, Illy e Mitaca. Tutto è passato attraverso Dino Macchi, che oggi, da “pensionato”, come si definisce lui, può raccontarci tanti aneddoti di una carriera
straordinaria, sempre da leader, sempre un passo davanti agli altri. Ma anche svelarci che la vita è tanto “altro”: la famiglia, gli amici e gli hobby.

Signor Macchi, lei è del 1951. Si offende se la chiamiamo “pensionato”?

Mi fa un po’ effetto, perché non si è mai del tutto pronti a lasciare un lavoro che è stato la grande passione della propria vita.

Da poco più di un anno, con l’uscita dal consiglio d’amministrazione di Mitaca, di cui ero presidente e responsabile tecnico, non ricopro più incarichi manageriali. Ho ceduto con gradualità, a partire dal 2008, le mie quote a Illy che nel 2017 ha assunto il controllo al 100% di Mitaca. Giustamente hanno impostato le loro direttive aziendali e ho preso, quindi, la decisione di ritirarmi dalla gestione dell’azienda, anche perché avevo idee diverse.

Ho faticato ad accettare certe direttive anche se la famiglia Illy mi ha sempre trattato con rispetto, chiedendomi di rimanere in azienda anche dopo l’uscita dal capitale sociale, come effettivamente è accaduto per oltre un anno. Ho firmato un patto di non concorrenza e mi sono trasformato in pensionato.

 

Gli amici di Dino Macchi: Luciano Pensante, Lino Bernasconi, Franco Pavero, Adriano Foglia

 

Quindi cosa fa?

Dedico il tempo a me stesso, ai miei hobby e ai miei cari. Quello che mi manca è il contatto con i dipendenti e la routine quotidiana. Il lavoro per me era anche un divertimento. Ma la realtà va accettata e utilizzata per crearsi altri interessi. Se si è in salute ci si abitua anche alla pensione e non si sta male.

Vado praticamente tutti i giorni in Break Point a Mesero e passo le mie mattinate osservando il lavoro degli altri, in particolare di mio figlio Guglielmo che è l’amministratore unico; elargisco qualche suggerimento ma solo su richiesta, senza invadenze.

Ogni tanto vengo invitato dalle scuole della zona per raccontare la mia storia. Vado a caccia un paio di volte alla settimana, soprattutto in inverno. Sono socio di una stupenda riserva nell’appennino ligure, cammino in montagna in Val Sesia, esco in moto con gli amici. Stacco un po’ la spina da casa, tanto per non essere troppo di ingombro alla moglie (ride…ndr).

 

La vita e il lavoro sono un insieme di incontri casuali ma decisivi. È stato così anche per lei?

Sicuramente. In quel lontano 1979, mentre assieme ai miei fratelli stavamo rilanciando l’azienda metalmeccanica di famiglia, la Eredi Macchi, dopo la prematura scomparsa di mio padre, mai avrei immaginato di sfondare nel mondo del caffè. Facevamo stampi e attrezzature per grandi marchi come Borletti, Magneti Marelli, Pirelli, Ignis, Fiat e Alfa Romeo. Lavoravamo per conto terzi e volevamo cominciare a produrre qualcosa in proprio. L’incontro con l’ingegner Stefano Piana mi cambiò la vita.

 

In che modo?

Mi fece vedere una capsula in polipropilene: una pastiglia da riempire di caffè e da utilizzare nella moka. L’idea non funzionò subito ma non ci arrendemmo. Capimmo che era necessario realizzare anche una macchina per espresso.

Proseguimmo negli studi e calibrammo il volume delle capsule. Nacque così il primo sistema a capsule, prodotto e commercializzato da SoPiMa (Società Piana-Macchi). Grazie a questa intuizione, tanto semplice quanto geniale, preparare un caffè eccellente diventò un gesto facile, veloce, che non necessitava di professionalità.

 

Quindi conferma la primogenitura del sistema a capsule FAP (filtro a perdere ndr) in Italia?

C’è tanto di brevetto registrato da Stefano Piana nel 1978. Non ci sono tracce antecedenti. Oggi esistono molteplici sistemi macchina/capsula (es. Lavazza, Nespresso) ma sono ancora tutti ispirati al rivoluzionario sistema realizzato a Ossona nel 1979/80. Con questo stesso sistema sono state prodotte, nei vari modelli, oltre 1 milione di macchine.

 

Si legge, però, su internet che l’imprenditore svizzero Éric Favre si arroga di essere l’inventore della capsula. Cosa risponde?

Nei primi anni ’80 mi ricordo della capsula Tutto Espresso che, se non sbaglio, è stata prodotta sino a pochissimo tempo fa. Non vidi, invece, in giro capsule di Nespresso sino a fine anni ’80/inizio anni ‘90 e solo in seguito è apparsa la capsula Monodor prodotta da Favre in Svizzera.

 

Quando ha conosciuto il Vending?

Quando con la SoPiMa rimanemmo quasi senza soldi dopo aver investito in stampi e attrezzature per la produzione di capsule e delle macchine erogatrici. Rischiammo la bancarotta: il nostro sistema aveva trovato le porte chiuse nel mercato del domestico. Scoprii le potenzialità del mondo degli uffici grazie a un altro incontro chiave: quello con Adriano Foglia e Franco Pavero, due gestori brillanti e lungimiranti. Finanziarono la produzione e la società prese il nuovo nome di UNOPER: un solo apparecchio per realizzare diverse bevande, non solo caffè, ma anche the, infusi, cappuccino, cioccolata e brodo.

I primi due anni furono faticosi, poi il mercato esplose. La produzione aumentava del 30% all’anno. L’azienda continuò ad ampliarsi, ad assumere personale, ad esportare e a farsi conoscere. Nel frattempo, Piana decise di uscire dalla società e vi entrò come responsabile commerciale Michele Motterlini. Successivamente, il Prof. Renato Wegner, allora tra i massimi dirigenti di Lavazza, scoprì la nostra azienda, ne comprese il potenziale e decise che Lavazza doveva entrarvi. Da allora partì la trattativa per la cessione di Unoper. Vivemmo momenti di tensione e la decisione di vendere fu veramente sofferta.

 

E cosa successe?

Nel marzo 1989 Lavazza rilevò la società e pose il suo marchio sui prodotti. La UNOPER assunse il nuovo nome di Mokapak e il sistema venne chiamato Espresso Point.

Io fui nominato amministratore delegato di Mokapak e Motterlini, nel frattempo assunto in Lavazza, divenne responsabile della Divisione Distribuzione Automatica di Lavazza S.p.a. Avevamo adesso alle spalle un colosso che ci dava sicurezza economica.

Nacquero nuove macchine: oltre alla Espresso Point, la piccola Elle e la Pininfarina. Però l’interno e il funzionamento rimasero sempre quelli studiati e realizzati da SoPiMa.

Nel 2000 si superò il primo milione di macchine espresso vendute.

Nel 2002, quando lasciai Mokapak, si producevano circa 7 milioni di capsule al giorno e in Lavazza oltre 150mila macchine l’anno. In Mokapak lavoravano oltre 200 persone e ben presto divenne l’azienda con i maggiori indici di redditività del Gruppo. Anzi le dico di più…

 

Cosa?

Fin verso la fine degli anni ’90 le capsule non davano fastidio a nessuno e il nostro era quasi una sorta di monopolio. Non abbiamo saputo sfruttare questa opportunità fino in fondo per imporci nel mercato e così evitare, o quantomeno contrastare, l’inserimento massiccio di Nespresso.

 

Perché decise di dimettersi da amministratore della Mokapak?

Ho sempre fatto l’imprenditore e, nel bene o nel male, sono sempre stato abituato ad assumere delle decisioni e alla fine degli anni ’90 Mokapak era diventata una azienda molto importante per Lavazza ed era giusto lasciare spazio ai suoi dirigenti.

È stata una decisione travagliata anche se presa in accordo con la società.

Uscito da Mokapak mi mancava il mondo della produzione, il rumore delle macchine automatiche che sfornavano capsule a cadenze elevatissime, per cui decisi, anche spinto da coloro che sono sempre stati i miei “grandissimi” soci – Pavero e Foglia – di intraprendere l’avventura di I.T.A.C.A., in seguito diventata MITACA.

 

Un’altra scommessa vinta?

Sono orgoglioso di avere lasciato sempre aziende sane e in crescita. Così è stato pure per Mitica. La collaborazione con Illycaffè ha funzionato grazie alla nuova tecnologia brevettata che ha trasformato la capsula da semplice filtro contenitore del caffè in una vera e propria camera di estrazione, assicurando l’ottimale estrazione del caffè.

Mitaca è cresciuta a ritmi incalzanti grazie anche al forte investimento fatto tra il 2010 e il 2013 negli stabilimenti in frazione Malvaglio a Robecchetto con Induno (Milano). Siamo arrivati ad avere un sito di produzione su 11mila mq. Il fatturato ha toccato i 30 milioni di Euro, con 80 persone impiegate su 3 turni e la produzione di oltre 200 milioni di capsule anno.

 

Lei ha lavorato con due grandi “attori” del caffè italiano, Illy e Lavazza, con a capo ancora le famiglie d’origine. Ha mantenuto i rapporti con loro?

Si tratta di due realtà gestite in modo molto diverso ma che mi hanno arricchito entrambe sia professionalmente che dal lato umano.

Con la famiglia Illy ho partecipato di recente a una cena di commiato organizzata da Daria e Andrea. Hanno capito la mia scelta, seppur difficile, di lasciare Mitaca.

Con Alberto e Antonella Lavazza sono in ottimi rapporti anche se le occasioni di incontro diventano sempre più rare.

 

Cosa ha rappresentato la UNOPER per il Vending?

Un pilastro senza cui questo mercato non sarebbe esploso così velocemente a cavallo degli anni ’80, contribuendo alla nascita e alla crescita di molte società di gestione che hanno saputo approfittare del prodotto e del momento favorevole.

Scorrendo la classifica delle “Top 100” di Vending Magazine mi balza subito all’occhio che la stragrande maggioranza di queste aziende è “figlia” della UNOPER, che ebbe la straordinaria capacità di introdurre l’OCS negli uffici dove non vi erano alternative al caffè liofilizzato della Liofaemina.

L’OCS è stato, però, croce e delizia dei gestori.

 

Perché?

Ha avuto un effetto boomerang perché dopo una crescita ininterrotta durata 30 anni è stato il primo, e finora unico, business ad andare in crisi nel Vending a causa del mercato liquido delle capsule. Il prodotto si è destrutturato e si può trovare ovunque, anche a prezzi bassi. La concorrenza ha inferto un colpo mortale a moltissime realtà che utilizzavano solo il porzionato e che si sono dovute riconvertire all’automatico.

Per tentare di uscire da questa spirale negativa i gestori devono aprirsi anche ad altri mercati: per esempio all’Ho.Re.Ca., dove ci sono maggiori consumi e marginalità. Ma non si vada su questo settore col pilota automatico, replicando il Vending; diversificare significa anche e soprattutto innovare.

 

Capsula in Italia fa rima con plastica. Come la mettiamo con lo smaltimento e cosa ne pensa dell’introduzione della plastic tax?

Per quanto riguarda la plastic tax siamo in presenza di tasse che fanno cassa per lo Stato ma non risolvono il problema. La plastica viene usata male: la buttiamo in mezzo alla strada, siamo degli incivili. E poi le bioplastiche non sono sufficienti a coprire le richieste e mancano gli impianti di trattamento e riciclaggio.

L’utilizzo delle bioplastiche e l’introduzione della plastic tax faranno lievitare notevolmente i costi per le aziende produttrici. E usando palette di legno e bicchieri di carta si fa davvero un favore all’ecosistema? Da dove derivano queste materie prime?

 

Traspare dalle sue parole un giudizio non esattamente lusinghiero sulla politica italiana?

Vedo tanta incompetenza e superficialità. La campagna elettorale è permanente. Non c’è visione. Sono ottimista di natura ma da questa crisi economica usciremo solo con enormi sacrifici.

 

Era più facile fare l’imprenditore negli anni ’70-‘80 o oggi?

Molto più facile allora. Non c’era la burocrazia opprimente di adesso: chi aveva idee e voglia doveva superare meno ostacoli. Oggi, un imprenditore ammattisce per stare dietro a tasse e balzelli camuffati da leggi. C’è troppa incertezza, le regole cambiano in corsa. E poi si procede troppo veloci, spesso a scapito della qualità. Un impiegato formatosi negli anni ’70-’80 non ce la fa a stare dietro ai ritmi forsennati di oggi.

 

Nelle decisioni che deve prendere un imprenditore in che misura contano il talento e la fortuna?

La “buona stella” è importante. La fortuna conta ma molto di più sono determinanti il talento e la costanza nel coltivarlo. Sapesse quante porte in faccia mi sono preso agli esordi di SoPiMa quando andavo a presentare la UNOPER. I gestori dicevano: “Ragazzo, basta con i sogni, vai a lavorare”. Non ho dato retta a nessuno, perché credevo fortissimamente nel progetto. Sono sempre andato avanti a testa bassa.

 

Ha voglia di raccontarci del Dino Macchi privato?

Le ho già parlato della caccia e della moto. Anzi delle moto perché ne ho tre: una Harley Davidson del 1973, una Yamaha 1.100 del 1984 e una Honda del 2017. Quando mi metto in sella sto fuori intere giornate. Mi piace gustare i paesaggi delle zone alte del biellese: la panoramica Zegna e il santuario di Oropa.

E poi faccio il nonno, anche se i miei nipoti sono già grandi: una ha 20 anni e l’altro 17.

Con mia moglie Danila siamo sposati da quasi 50 anni e devo dirle solo grazie per i tanti sacrifici che si è sobbarcata quando ero via da casa per lavoro.

A un certo punto la UNOPER cresceva così tanto che per seguire la produzione mi ero fatto sistemare un appartamento sopra lo stabilimento di Gattinara. Si lavorava giorno e notte e tornavo a casa solo 1-2 volte alla settimana.

 

Una dedizione a cui la cittadina Vercellese ha deciso di rendere omaggio. In che modo?

Dedicandomi una mattonella colorata sul “Marciapé d’y amís ad Gatinèra“. È la “walk of fame” gattinarese per le persone e le associazioni che hanno dato lustro alla comunità. La cosa più bella è che il mio nome è stato fatto all’amministrazione comunale da una ventina di persone che hanno lavorato alla Mokapak.

Ha dichiarato il promotore dell’iniziativa, Stefano Cogotti: “Dobbiamo dire grazie a Dino Macchi se oggi abbiamo questa importante fabbrica. Oltre ad averci dato il lavoro, è una persona umana. Ci conosceva uno per uno, sapeva la situazione di ognuno di noi ed era sempre disponibile ad aiutarci”…

Mi sono commosso. È stato il suggello a una carriera per me ricca di soddisfazioni. Ancora adesso alcuni ex dipendenti mi invitano a cena e per me è sempre un piacere andarci.

 

Ci racconta un episodio che la lega, in modo particolare, a Gattinara?

Il legame con la città si è saldato dopo la stagione 1992-1993 quando in Lavazza si ventilava l’idea di spostare la produzione delle capsule, dopo quella, già avvenuta in precedenza, delle macchine.

Con il “placet” del Prof. Wegner comprai per Mokapak dei terreni adiacenti allo stabilimento in modo da rendere importante l’investimento immobiliare. In questo fui supportato dall’amministrazione comunale di Gattinara che addirittura fu disponibile a spostare di qualche decina di metri l’allora via S. Giuseppe, ora via Emilio Lavazza. Su una superficie totale di circa 40mila mq raggiungemmo i 15mila di costruito.

Attualmente, lo stabilimento di Gattinara è il più grande e moderno della Lavazza ed è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti in ambito industriale fra cui il “Kaizen Award” per l’applicazione di metodologie di miglioramento continuo.

 

Nel Vending, quali sono gli imprenditori a cui è più legato?

Ho tanti ricordi. Il primo pensiero va a due colleghi che non ci sono più e con cui, seppur con caratteri diversi, ho condiviso dei bei momenti: il cavalier Gianni Orzan, della Mizar Veneta, che era partecipata da Unoper, e Gianachille Frigoli, fondatore con Unoper della Società 8G di Milano.

Poi è quasi pleonastico ribadire l’affetto, la riconoscenza e l’amicizia che ho nei riguardi di due grandissimi personaggi, a cui sono legato dal 1979, Adriano Foglia e Franco Pavero, dai quali ho imparato moltissimo. E poi Lino Bernasconi e Ugo Sassettoli che hanno sopportato e supportato le fasi iniziali di So.Pi.Ma. e di Mitaca; Stefano Maggi con il quale abbiamo anche condiviso i primi passi di Methodo oltre che di Mitaca; Luciano Pensante, che assieme a Piana, feci impazzire per la cioccolata da mettere in capsula; Gildo e Bianca Deotto che sono riusciti a introdurre in Francia, con enorme successo, il sistema Unoper; Felice Milani e molti altri operatori del settore che voglio ringraziare per la stima e l’amicizia dimostratami.

 

Nessun rimpianto e nessun rimorso nella sua vita?

È ovvio che tutti avremmo voluto fare di più e ancora meglio. Ma mi accontento. Non ho rimorsi. La mia soddisfazione più grande è stata quella di aver generato tanti posti di lavoro, che per un’azienda rimane la più importante operazione sociale a favore del territorio. Decentrare non è giusto innanzitutto moralmente. Ho avuto una vita positiva e spero di essere stato utile e di aver tramesso il mio entusiasmo a tanta gente.

 

Come si berrà il caffè tra 20 anni?

Spero proprio di riuscire a berlo, poi le dirò come lo trovo.

 

Articolo tratto dal Vending 362.

Dal 2013 il blog del caffè seleziona ed elabora le ultime notizie dal mondo del caffè. Curiosità, storia, cultura e ricette. Un piccolo mondo dentro Capsule & Coffee, per appassionarvi sempre più.

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